Norvegia: non venitemi più a dire che è gente fredda e chiusa

Norvegia: non venitemi più a dire che è gente fredda e chiusa

Non ero mai stata in Norvegia

ma ora posso dire che i norvegesi non sono quelle persone cupe, distanti e fredde come si suol descriverle, piuttosto tutto il contrario. 

Durante il mio breve viaggio di circa una settimana per raggiungere la mia destinazione (Lovund), ho avuto modo e il piacere di incontrare diversi norvegesi, e per norvegesi intendo anche gli immigrati di seconda o terza generazione. 

Sì, perché se non lo sapeste, la Norvegia negli anni ha aperto moltissimo all’immigrazione rendendolo un paese multietnico, specialmente la capitale. La percentuale di stranieri si aggira infatti intorno al 10%. 

Ma stavo dicendo… da quando sono qui, tutti si sono rivelati gentili e aperti alla conversazione -di loro iniziativa! 

Ecco tre esempi della gentilezza norvegese: 

1: Ero a Oslo, allo shop del museo nazionale (che tra l’altro vi consiglio molto perché è meraviglioso e gigantesco), e dopo aver acquistato alcune cartoline di rito, ho chiesto al ragazzo che mi stava servendo se era possibile avere anche dei francobolli. Lui molto dispiaciuto mi dice di no e che avrei però potuti comprarli all’ufficio postale più vicino. Ma non si è fermato qui, ha preso il telefono, ha cercato su Google Maps le poste più vicine e mi ha mostrato lo schermo del telefono dandomi qualche spiegazione verbale.

Non contento mi ha anche detto che per fare prima sarei potuta uscire da una della porta sul retro e, quando ha visto che non sapevo dove fosse, mi ci ha accompagnata lui di persona. Finita qui? no! mi ha aperto la porta e fatto qualche metro con me per mostrarmi ancora una volte dove fosse l’ufficio postale, sbracciandosi e cercando di essere il più chiaro possibile, dopodiché con un gran sorriso mi ha augurato buona giornata. 

2: Proseguiamo la storia, sempre ad Oslo. Arrivo alla posta per acquistare i francobolli e non sapendo come comportarmi chiedo a un ragazzo davanti a me; mi dice che dovevo pigiare un coso e ritirare il ticket per mettermi in coda. Così ho fatto. Giunto il mio turno mi accoglie con un super sorriso una signora di mezza età con gli occhiali e i capelli brizzolati castani. Mi saluta subito in norvegese con il carinissimo Hei hei (che si legge “hai-hai”) e io inizio a parlarle in inglese, spiegandole di cosa avevo bisogno.

Lei fa qualche battuta sul fatto che avrebbe potuto darmi i francobolli sbagliati e che per questo bisognava stare attenti, e poi mi fa pagare, con il pos. Da quando sono in Norvegia, non so perché, il contactless della mia visa non funziona, così riprovo inserendo la carta. Lei ci scherza su gentilmente, mettendomi a mio agio. Non è mai piacevole quando un pagamento ti viene rifiutato, specialmente all’estero.

Dà la colpa al pos, ridendo sulla tecnologia che fa cilecca e poi mi dice, dandomi in mano una striscia di sticker: “non so se funziona, ma se funziona almeno le tue cartoline arriveranno prima”. Mi aveva dato, oltre ai francobolli e senza che io le chiedessi nulla, degli sticker di “priorità” per lettere e pacchi. 

3: Questa volta, sempre ad Oslo, ma al museo di Munchdopo aver fatto tutto il giro dei vari piani (che sono ben dodici) mi dirigo allo shop. Dovete sapere che faccio la collezione delle matite di ogni museo che visito. Una volta alla cassa e pagato il bottino, chiedo consiglio al ragazzo biondissimo e occhi azzurrissimi su dove poter andare a cena quella sera.

Lui mi chiede di che tipo di cibo avessi voglia, quindi dopo la mia risposta e sua attenta riflessione, prende una busta di carta da souvenir e inizia a scriverci su i nomi di vari ristoranti con tanto di spiegazione e orario di preferenza in cui andare.

Poi a un certo punto mi fa: “tu non sei italiana vero?, perchè questo ristorante che ti ho scritto è ottimo”. Io scoppio a ridere dicendogli che effettivamente lo ero, e lui un poco imbarazzato ma divertito ride di gusto. Mi consiglia altri ristornati, 6 in tutto. Mi saluta con cortesia e mi augura buona serata e buon viaggio. 

Non so voi, ma a me non sembrano affatto atteggiamenti da persone riservate e chiuse. 

Viaggiando mi sono resa conto che certi incontri non puoi che definirli destino. E non sto parlando di storie d’amore fortunate, non per quanto mi riguarda perlomeno, ma di nuove amicizie o semplici conversazioni che ti fanno davvero credere che ci sia per tutti una via più o meno prestabilita. 

Ieri ero a Trondheim, cittadina colorata, giovane e interessante che si trova a circa metà Norvegia.

Norvegia Trondheim

Siccome questo paese è estremamente caro (non come lIslanda, ma poco di manca), il mio portafoglio non è affatto ben pasciuto e sono abituata agli ostelli, ho deciso di soggiornare al bellissimo e pulitissimo Trondheim Vandrerhjem. La stanza era da 4 e solo per donne, tra cui un’austriaca che poi se ne è andata, una francese, una svizzera e una norvegese che ha preso il posto dell’austriaca. Questa ragazza norvegese di cui purtroppo non ricordo il nome, l’ho incontrata solo 5 minuti in camera, prima che poi andassimo tutte a dormire.

Quando è entrata in stanza mi ha salutato (lei per prima, sempre per tornare al fatto che non è un popolo chiuso) e dopo qualche domanda di rito è saltato fuori che io dovessi andare a Lovund per lavoro. (Questa è un’isola minuscola e poco abitata, non è quindi un posto né famoso né estremamente turistico come lo sono le Lofoten, per esempio).

In ogni caso, alla mia affermazione lei rimane di sasso e mi spiega felice che il suo bisnonno (o trisavolo? non rammento più) era originario proprio di Lovund e che lei ci va in estate ogni anno sin da quando è piccola. In più di cognome fa proprio Lovund! e a quanto pare sono gli unici al mondo.

Insomma, come lo chiamereste voi se non destino?

Per concludere, la chicca finale!
Stavo scendendo dalla lunga strada che dal Forte di Kristiansten porta nuovamente in centro, quando sento un delizioso profumo di legno. Mi avvicino dunque all’origine e noto subito un grande ammasso di rami di betulla appena tagliati. Pur non avendo con me i coltelli da intaglio, per, diciamo, deformazione professionale, mi metto a toccare il legno e le gemme della betulla. 

In quel momento il proprietario del terreno e della casa poco distante sbuca da una curva e, in norvegese, mi dice qualcosa. Un uomo sulla cinquantina, forse poco meno, riccio e brizzolato, occhi azzurri e calmi, maglione rosso natale e salopette simile al jeans, blu. 
Rispondo in inglese che stavo dando un’occhiata perché mi piacciono gli alberi, benché non sapessi cosa mi avesse detto.

Da lì inizia tutta una conversazione, portata avanti dalle sue domande cortesi, di circa un quarto d’ora o poco più, nel quale abbiamo tempo di citare la politica italiana ed estera, di parlare della bella Islanda, di università, di futuro, di cambiamento climatico e di Norvegia. Il tutto davanti al vialetto di casa sua. 

Poco prima della fine della chiacchierata mi chiede: “se non sono troppo scortese, ti posso lasciare la mia e-mail? così fra 2,3 o 4 anni mi scrivi per dirmi dove sarai e cosa starai facendo, se sarai in Scandinavia come pensi o meno”. Io ho fatto un grande sorriso (e sto sorridendo tutt’ora mentre scrivo) e gli ho dato il telefono per farmi scrivere l’indirizzo di posta elettronica. 

Non so se mi ricorderò del signor E. fra quattro anni e di scrivergli una e-mail, ma per me sono questi incontri che rendono la vita meravigliosa e condensano il vero senso del viaggiare.

Norvegia: non venitemi più a dire che è gente fredda e chiusa



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