Nepal – Il senso del viaggio trovato a Bhaktapur

Nepal – Il senso del viaggio trovato a Bhaktapur

Dopo una giornata frenetica e bellissima trascorsa con il mio amico P. in giro per Kathmandu, mi rifugio in un ostello davvero ottimo: Hostel nextdoor, a Patan, nella parte sud della città. 
Lì, intorno a un fuoco, si erano riunite varie persone tra cui qualche indiano, alcuni bengalesi, qualche belga e un italiano. La mia idea era quella di andare a Bhaktapur il giorno dopo, ma ero troppo stanca per pensarci seriamente. Era meglio pensare prima al cibo!

Mi stavo acclimatando su una poltrona profondissima, quando la ragazza a cui avevo chiesto dei momo da asporto mi chiama per dirmi che erano arrivati. Non faccio in tempo a mangiarne due che il mio stomaco chiede pietà. È il cibo più piccante che abbia mai mangiato in vita mia. Per non buttarli provo a mangiarne solo il “guscio” esterno di pasta, ma niente da fare. Alla fine, con le risate dei presenti, do tutto al gatto dell’ostello (un gatto abituato al cibo nepalese). 

Mentre mi affumico davanti al falò, parlo del più e del meno con tutti: scopro che C. gira il mondo vendendo caffè, che uno dei due bengalesi, M., ha una storia molto interessante da raccontare e che vorrebbe venire a Bhaktapur con me il giorno dopo. Rimango sul vago, dicendo che non ero nemmeno sicura di andarci (bugia), e che avremmo deciso tutto a colazione il giorno seguente, se ci fossimo incontrati.
 
Penso: “sono in Nepal per stare da sola con me stessa, per guarire emotivamente, non ho voglia di girare con altre persone che non conosco e potrebbero solo rovinarmi la giornata”. 
La mattina seguente però vedo M. proprio lì che sorseggia un tè. Non so che fare, quindi lo saluto e ordino la mia colazione allontanandomi su un altro tavolo. 
Mentre mangio la mia fetta di pane e marmellata (servono sempre la stessa ovunque tu vada, rossa fluo e che sa di gomma da masticare per bambini). M. arriva e, chiedendomi gentilmente il permesso, si siede con me. Nonostante fosse mattino e io non fossi proprio dell’umore, parliamo più liberamente rispetto alla sera prima.

“Non è forse questo il senso del viaggio? conoscere qualcuno e aiutare e lasciarsi aiutare da chi si incontra?” mi dico.
Gli chiedo se ha ancora intenzione di andare a Bhaktapur e che se vuole può venire con me. Lui mi fa un gran sorriso e in 10 minuti partiamo. 

Bhaktapur, detta “città dei devoti” nonché terza città-stato medievale della valle di Kathmandu, è un gioiello di architettura storica. Ha infatti tre piazze in cui poter ammirare i magnifici templi e la vita locale.

Mi verrebbe da dire che l’ho trovata più autentica di Kathmandu, quando in realtà è solo perché come tutte le capitali, Kathmandu è più occidentalizzata mentre la città-stato è più povera, più antica, meglio preservata.

Nepal - Il senso del viaggio trovato a Bhaktapur

Mentre cammino per la città, dopo aver lasciato lo zaino in ostello, M. e io ci mettiamo a parlare di come mai siamo in Nepal, del viaggiare, della vita. 

Ci scorrono di fianco anziane signore vestite con lunghi abiti coloratissimi, cani randagi e docili che giocano in gruppo, un vitellino seduto in mezzo a Taumadhi Square, e ancora verdure di ogni genere stese per terra per essere vendute, ceramiche, pozzi pieni d’acqua e legno intarsiato ovunque. La città è anche famosa proprio per la lavorazione del legno!

Nepal - Il senso del viaggio trovato a Bhaktapur

M. è tutto sorrisi e battute e sguardi verdi. Sono davvero contenta di poter girare un po’ con lui.
Alcune ragazze del posto, pensando di non essere viste, ci scattano una foto mentre visitiamo Durbar square, la piazza museo, allora mi giro, sorrido, loro fanno delle risatine e mi chiedono da dove venivamo.
Nonostante sia marzo, si sta molto bene e le temperature mi invogliano a fermarmi in un ristorante per bere qualcosa. “Sto bevendo troppa coca-cola, non va bene”, mi dico. M. ordina anche una specie di pane carasau ma fritto e untissimo chiamato papadam. Non era male, ma decisamente troppo unto.

Ma è proprio con le mani sporche di olio e bevendo coca da una cannuccia che M. mi racconta dei suoi problemi sentimentali e così io dei miei. 
Ci sono momenti nella vita in cui hai solo il cuore spezzato e vorresti stare da solo, fuori dal mondo, ma è proprio in quei momenti di vulnerabilità che, con gentilezza e attenzione, bisogna permettere all’altra persona di porgerti una mano (metaforica). 

Tra M. e me si crea uno spazio di parola molto sicuro, dove nessuno dei due ha nessun’altra intenzione che quella di parlare del proprio dolore e di cercare di guarire quello dell’altro. Sono momenti magici che a volte succedono, e io sono immensamente grata alla vita per questo. 

Qualche ora prima eravamo passati per una delle piazze principali di Bhaktapur, “Pottery square” famosa, come dice il nome stesso, per la terracotta.
Un signore lo avvicina e lo invita a guardare le sue creazioni. Sono molto belle, alcune davvero piccolissime. M. compra dei porta incensi e una statuina del Buddha. 

Davanti alla bottiglietta di coca però mi dice, tirando fuori uno dei porta incensi in terracotta comprato poco prima (a forma di yak): “noi esseri umani siamo fatti di terracotta. Per renderla resistente, bisogna metterla in forno, bruciarla. Noi anche siamo più forti dopo ogni bruciatura. Dobbiamo prendere le scottature della vita per rimanere integri, in un certo senso“. 



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